Camomilla e calendula: cosa dice davvero la ricerca, e cosa non dice

Giri il flacone, scorri l’INCI, e verso il fondo trovi due nomi latini di fiori. Le spalle si rilassano da sole. Camomilla, calendula: roba che tua nonna metteva sul ginocchio sbucciato, e non aveva torto. Il problema è il passaggio dopo, quello automatico: c’è un fiore dentro, quindi è delicato; è delicato, quindi funziona. Due affermazioni diverse, e nessuna implica l’altra. Qui mettiamo in fila cosa sappiamo davvero di camomilla e calendula sulla pelle, e dove finisce la ricerca e comincia la parola «botanico» usata come garanzia.
Dentro la camomilla ci sono molecole vere
Partiamo dal punto a favore, perché esiste. La Chamomilla recutita non è acqua profumata: contiene terpenoidi come l’alfa-bisabololo e il camazulene — l’azulene che dà all’olio essenziale distillato il suo caratteristico colore blu — e flavonoidi come apigenina e luteolina. Su queste molecole la letteratura di laboratorio è abbondante. Uno studio del 2024 condotto all’ospedale universitario di Heidelberg ha messo diversi estratti di camomilla e alcuni composti puri a contatto con linfociti T umani primari: cellule umane vere, ma in vitro, non su una faccia. Ne è uscito un effetto antinfiammatorio misurabile, con l’apigenina che riduce in modo netto la produzione di granzima B e l’attività citotossica.
Nello stesso studio c’è però il dettaglio che nessuna etichetta ti racconterà mai. Su cinque estratti preparati in modo diverso, solo tre riducevano la proliferazione dei linfociti, e l’analisi chimica mostrava profili fitochimici molto eterogenei da un estratto all’altro. Tradotto: «estratto di camomilla» non è una cosa sola. Acquoso o idroalcolico, da fiore o da pianta intera, cambia cosa c’è dentro e cambia cosa fa. Quando leggi Chamomilla Recutita (Camomile) Flower Extract su un INCI, quella sigla non ti dice quale dei cinque hai in mano.
La calendula e i suoi triterpeni
Sulla calendula il lavoro di riferimento è vecchio e ancora solido. Nel 1994 un gruppo dell’Università di Trieste ha frazionato un estratto di fiori di Calendula officinalis seguendo l’attività biologica passo per passo, arrivando ai triterpenoidi come principio antinfiammatorio principale. Fra questi il faradiolo: il suo monoestere è quello quantitativamente prevalente nell’estratto, mentre il faradiolo libero — che nell’estratto praticamente non c’è — nel test risultava attivo quanto l’indometacina. L’attività antinfiammatoria dei diversi estratti risultava proporzionale al loro contenuto di faradiolo monoestere, tanto che gli autori lo propongono come parametro di controllo qualità delle preparazioni di calendula.
Va detto forte, però: quel test è l’edema dell’orecchio di topo indotto da olio di croton. Modello animale, frazioni purificate applicate direttamente sul tessuto. Non è una persona, non è un prodotto finito, e non è un risciacquo.
Lo studio che tutti citano, letto per intero
Quando qualcuno vuole dimostrare che la calendula funziona tira fuori il trial di Pommier del 2004 sul Journal of Clinical Oncology. È serio: 254 donne operate al seno e in radioterapia post-operatoria, randomizzate a unguento di calendula o a trolamina. La dermatite acuta di grado 2 o superiore è comparsa nel 41% del gruppo calendula contro il 63% del gruppo trolamina, con meno interruzioni del trattamento e meno dolore riferito. Endpoint clinico, campione decente, risultato netto.
Adesso i però, che nelle citazioni spariscono sempre. I due prodotti erano fisicamente diversi al punto che la calendula veniva giudicata più difficile da applicare: di cieco, in uno studio così, ce n’è poco. E il confronto non è contro nulla, ma contro trolamina, un topico la cui efficacia in quel contesto gli autori stessi descrivono come mai dimostrata. L’unguento, poi, veniva spalmato sui campi irradiati dopo ogni seduta per settimane, e lasciato lì.
La revisione sistematica più ampia, pubblicata nel 2019 su Wound Repair and Regeneration, ha raccolto 14 studi — 7 su animali e 7 clinici — e il quadro è molto meno lineare. Un secondo trial randomizzato sulla dermatite da radiazioni non ha trovato alcun vantaggio rispetto a una crema in gel acquoso; uno studio su ustioni a spessore parziale e totale non ha mostrato benefici; un trial su ulcere diabetiche nemmeno, mentre due studi su ulcere venose sì. Gli autori chiedono trial più grandi e meglio disegnati. Non è una bocciatura: è la fotografia onesta di un ingrediente promettente e studiato male.
Sulla camomilla, l’unica prova clinica famosa è tiepida
C’è uno studio del 2000 su European Journal of Medical Research, confronto a mezza faccia su eczema atopico di grado medio: crema alla camomilla contro idrocortisone allo 0,5% contro il solo veicolo, due settimane. Risultato riportato dagli autori: lieve superiorità della camomilla sull’idrocortisone e differenza marginale rispetto al placebo. Quella seconda metà della frase sparisce quasi sempre quando lo studio viene rilanciato. Aggiungi che l’autrice compare con l’affiliazione dell’azienda farmaceutica che produce quella crema, e capisci perché «esiste uno studio» non è affatto la stessa cosa di «esiste una prova».
Camomilla e calendula sulla pelle per quaranta secondi
Qui sta il punto che vale l’articolo. Ogni singolo risultato positivo elencato sopra viene da una preparazione che resta sulla pelle: unguenti, creme, frazioni purificate, applicazioni ripetute per giorni o settimane. Un detergente è l’opposto esatto. Lo spalmi, lo massaggi, lo risciacqui: il tempo di contatto si misura in decine di secondi e poi quasi tutto finisce nel lavandino. Non esiste uno studio che dica cosa succede a un estratto di calendula che sta sulla tua faccia per quaranta secondi, perché nessuno l’ha fatto.
Poi c’è la seconda cosa che l’INCI non ti dirà mai: le concentrazioni. Nella lista di STRUCCATI. calendula e camomilla compaiono in coda, dopo i regolatori di pH. Non è un difetto, è la norma: gli estratti botanici si usano tipicamente a frazioni di punto percentuale. Ma significa che nessuno — nemmeno chi quell’etichetta l’ha scritta — può onestamente dirti che il prodotto fa quello che ha fatto lo studio di Pommier. Un estratto lenitivo in un detergente è una scelta ragionevole di formulazione, non un principio attivo con un dossier clinico dietro.
Sono Asteraceae, e questo ha un prezzo
Ultima cosa, la più utile in assoluto. Camomilla e calendula appartengono entrambe alle Asteraceae, la famiglia che i dermatologi chiamano ancora Compositae: quella da cui arriva una delle allergie da contatto di origine vegetale meglio documentate, con i lattoni sesquiterpenici come responsabili principali. Non è un dettaglio da nerd: la camomilla tedesca è uno dei cinque estratti del Compositae mix, la miscela usata nei patch test dermatologici, insieme a partenio, tanaceto, arnica e achillea. Uno studio del 2013 ha misurato quanto il contenuto di lattoni vari a seconda del materiale vegetale di partenza: è proprio questa variabilità a rendere difficile standardizzare il test.
Quanto è comune? Una revisione del 2023 su Contact Dermatitis riporta una prevalenza media di reazioni al mix di lattoni sesquiterpenici intorno all’1% in Europa e allo 0,8% in Nord America, con punte fino al 10,7% altrove. Numeri bassi ma non nulli, e riguardano una famiglia botanica che il marketing presenta come la definizione stessa di «delicato». Se sai di reagire ad arnica, artemisia, crisantemi o ambrosia, i due nomi più rassicuranti dell’etichetta sono esattamente quelli da guardare con sospetto. Vale la pena dirlo in modo brutale: «naturale» non è mai stato sinonimo di «tollerato». L’edera velenosa è naturale.
Non è un motivo per evitarle. È un motivo per smettere di leggerle come un lasciapassare: un botanico in etichetta è un ingrediente con una sua chimica, una sua variabilità e un suo profilo di rischio, come qualunque molecola dal nome meno poetico.
In pratica: davanti a un botanico in etichetta fatti due domande — resta sulla pelle o lo risciacquo? e a che famiglia botanica appartiene? Se hai pelle reattiva o allergie note a piante della famiglia delle margherite, prova qualunque prodotto nuovo su una piccola area per qualche giorno prima di portarlo in faccia.
STRUCCATI. è pensata per togliere residui e impurità dal viso senza trasformare il gesto in una sessione di carteggiatura; l’INCI completo è sulla scheda, con camomilla e calendula al posto che occupano davvero.
Se invece il tema è il comfort della pelle dopo la detersione, puoi guardare anche SPALMATI.: è una crema idratante formulata per pelle sensibile e disidratata. Botanico o no, la domanda resta la stessa: formula, uso e tollerabilità prima delle parole rassicuranti sul fronte del pack.
Fonti e approfondimenti
Lairikyengbam et al., estratti di camomilla e composti puri su linfociti T umani primari, studio in vitro, PubMed; Della Loggia et al., ruolo dei triterpenoidi nell’attività antinfiammatoria topica dei fiori di calendula, modello animale, PubMed; Pommier et al., trial randomizzato di fase III calendula contro trolamina nella prevenzione della dermatite acuta da radioterapia, PubMed; Givol et al., revisione sistematica sull’estratto di Calendula officinalis nella guarigione delle ferite, PubMed; Patzelt-Wenczler e Ponce-Pöschl, crema alla camomilla nell’eczema atopico, confronto a mezza faccia, PubMed; Salapovic et al., quantificazione dei lattoni sesquiterpenici negli estratti di Asteraceae e valutazione del potenziale allergenico, PubMed; Paulsen, revisione sul sesquiterpene lactone mix nei patch test, PubMed.
Contenuto informativo: non sostituisce il parere di un professionista sanitario.





